La restanza come sguardo sul mondo 

di Diana Senese

La casa dei nonni paterni oggi restata vuota con l' emigrazione in Australia nel 1970 – © Diana Senese

Siamo creature alla deriva. Lanciati sulle maree della storia, dobbiamo aggrapparci alle cose, sperando che l’attrito del nostro contatto basti in qualche modo a contrastare le correnti che altrimenti ci porterebbero all’oblio.
 T. Ingold, Siamo linee. Per un’ecologia delle relazioni sociali     

Scrivo ciò che la “restanza” rappresenta per me allineando questo discorso con la decisione di venire al sud, nella Valle del Sele, terra di origine dei miei genitori, già mia patria affettiva. Da anni sognavo e immaginavo un trasferimento ma mai mi ero sentita pronta come quando, all’età di 43 anni, ho deciso di abitarvi stabilmente. Paradossalmente è la stessa età che aveva mia nonna quando fu costretta a lasciare per sempre il suo paese e seguire suo marito in Australia.

«Dove va tuo marito, là devi andare» le disse la madre nel 1970; quella partenza fu violenta e definitiva rappresentando uno strappo totale all’interno della mia famiglia. Prima di questa scelta ho sempre vissuto queste origini come una parte di me, da tenere dentro e custodire in quanto costitutive della mia sfaccettata identità. Ora che “ci sono”, questo spazio si è aperto: quello spazio che avevo dentro è diventato lo spazio in cui io sono dentro, lo spazio che abito. Prima di questo “spostamento” -non posso considerarlo un ritorno- ho percorso un cammino interiore di consapevolezza che mi ha portato a maturare delle visioni del mondo. Tornare, o nel mio caso, venire in quello che ho sempre considerato il luogo di cura del cuore, significa darsi la possibilità di abitare in maniera densa, di sentire la vita in una dimensione “naturale”. 

Ho vissuto infatti la “modernità urbana” come qualcosa di costitutivamente alienante. Non comprendevo come poter continuare a vivere in luoghi in cui le contraddizioni del sistema erano presenti e subite nel quotidiano. Di conseguenza ho rinnovato la mia territorialità iniziando con una critica al “modernismo“ che, come Marx ha dimostrato, non è altro che una folle corsa verso il suicidio. Quello che lo stile di vita dell’homo consumens impedisce è un obiettivo psicologico universale: la ricerca del senso. Ritengo dunque che la condizione della restanza implica l’aver trovato un senso, un modo di abitare i luoghi con grazia, con le radici ancorate alla terra.

Restanza è una condizione ontologica, per questo motivo mette in discussione lo specifico modello di relazione con il mondo che si è configurato nel sistema capitalista per sceglierne un altro.  La restanza possiede in quel prefisso “re-” il concetto di relazione, di legame connaturato con le cose e si oppone al concetto di alienazione inteso come mutismo del mondo, ovvero una “relazione in assenza di relazione”.

Restare è una cura consapevole, di sé, dell’altro, dello spazio che si abita. Restare è saper vedere, di conseguenza trascendere. «La restanza è il sentimento di chi àncora il suo corpo ad un luogo e fa diaspora con la mente» (Teti, 2022). Il luogo che vivo è parte di me. Io sono con il luogo.  Mi nutro fin dal mattino di quello che respiro, della luce che mi colpisce e mette in moto il mio bioritmo. Sento i profumi dell’albero di pruno che inizia precocemente a fiorire. Mi scaldo con la legna dell’albero di ulivo e del noce. Posso prendere della frutta dall’albero di casa. La restanza ha a che vedere con un aspetto vitale, con la fertilità del mondo.

Campagna alle pendici dei monti Piacentini, Valle del Sele, Salerno – © Diana Senese

Non sento restanza quando il mio stile di vita contribuisce ad uccidere il pianeta, compro i piatti o l’acqua in plastica, mi faccio canale di un’omologazione non necessaria. Per questo la restanza è innanzitutto una pratica ecologica, una relazione consapevole con lo spazio, con il cibo, con le persone. Essa è connessa alla gratitudine, al paesaggio, alla tavola, agli incontri. Può essere intesa come resistenza quando naturalmente diminuisco i miei bisogni: la restanza è la sobrietà che trova l’abbondanza, implica una decrescita naturale. La restanza non è una rinuncia: si abdica al capitalismo per acquisire la capacità di dare valore alle cose, alle relazioni, agli orizzonti. Scelgo di dare forza e consapevolezza a gesti e parole. 

La relazione per funzionare, che sia con un essere umano, che sia con un luogo, è nella capacità di prendere e di dare. Non serve essere iperstimolati, non si ha bisogno di grandi circuiti culturali e artistici quando si è in grado di trovare la pienezza dappertutto; chi pratica i cammini sa che bastano poche cose, e più si cammina leggeri più il viaggio è piacevole. 

Il G.A.L. del territorio in cu abito si chiama “I sentieri del buon vivere” e anche io, che ho sempre vissuto in città, considero la scelta di migrare qui nel 2025 come una scelta per un buen vivir. Probabilmente è lo stesso pensiero che ebbe mio nonno quando decise di andare in Australia nel 1965 e quando decise di tornarci definitamente con la famiglia nel 1970. Queste scelte del buon vivere sono chiaramente soggettive e contingenti al periodo storico che si attraversa.

Non si possono delimitare ad una denominazione che rischia poi di rimanere vuota, di svuotarsi di significato ma si concretizza invece in quella forma di benessere che si genera nella possibilità di abitare i vuoti, di riempire spazi svuotati. C’è una regola che si usa a teatro e consiste nel non lasciare disequilibri nello spazio del palcoscenico: richiede di autoregolarsi equilibrando gli spazi troppo pieni e gli spazi vuoti.

Complesso rupestre di S.Egito, Buccino, Salerno – © Diana Senese

Prendersi cura di ciò che altri considerano marginale ma che con il mio sguardo smette di essere marginale è restanza. Mi salvo nel selvatico, in ciò che ancora non è stato civilizzato, dove per civilizzato intendo il modo dell’anomia, lo strato di solitudine del cittadino globale. 

Il paese, come lo si viveva 50 anni fa, con la sua campagna, la sua parte boschiva, la chora, è un antidoto alla solitudine ma è necessario praticare questo modo di abitare, divulgando e socializzando uno sguardo sulle cose del mondo, questo trascenderle. Ed è indispensabile ancor più in quei paesi che si sono svuotati e sono diventati paesi depressi. Napoli è satura e io sento di avere il bisogno di andare là dove posso compensare, lì dove il mondo ha bisogno di gente.

È un atto di restituzione, quello di scegliere di restare, di arrivare, di tornare; ed è specialmente quando si torna che è naturale, immediato, evidente, cogliere ciò che solo lo spostamento ha reso manifesto: nonostante la frantumazione di alcuni paesaggi, gli abusivismi, gli edifici incompiuti, le ferite della speculazione, si ritrova una sorta di panismo con la terra, quella risonanza gentile con ciò che è restato. Le memorie che certi luoghi ti hanno saputo dare vivendoli negli anni, ma che solo ora sai riconoscere, si trasformano in atti di riconoscenza. Non si potranno mai definitivamente ricucire le ferite, ma in queste fenditure ritrovare la creatività. Questo lavoro di cucitura si pone come afflato morale le cui condizioni si manifestano quando non abbiamo più l'esigenza di esistere e di completarci altrove, o di mostrarci a qualcuno, perché già siamo, lì dove siamo.

Maria Senese, sorella del nonno paterno, Oliveto Citra, Salerno – © Diana Senese 2025

In fondo l’uomo non è altro che nel dialogo con l’ambiente e questo dialogo è tanto più fruttuoso quando lo spazio non è saturo, quando gli elementi naturali dominano sul paesaggio. Ed è lì che c’è quella salvezza: nell’essere umano salvatico e allo stesso tempo domestico, nella frequenza della felicità che non può che essere una frequenza naturale, in accordo con la propria sensibilità. Il fascino del pieno urbano è innegabile ma il fascino della sospensione, dell’attesa in uno spazio vuoto, porta un’edificante consapevolezza che può essere messa in circolo o semplicemente donata al mondo.

Ritengo che una politicizzazione della restanza possa includere un principio di “Amore”, effettuando scelte che affermino la nostra interconnessione con l’anima del luogo (genius loci) per poi sviluppare il concetto di intelligenza collettiva investendo nei patrimoni comunitari da valorizzare. Il cammino interiore di cui parlo è strettamente legato ad una “postura”, nel considerare i problemi non più individuali o collettivi, secondo la dicotomia esasperata dalla società odierna, ma in quanto espressione di appartenenza e relazione di persone che si scoprono come unico Corpo. Ne consegue che non posso muovermi per il benessere collettivo se non mi muovo contemporaneamente per il benessere individuale e viceversa. La restanza richiede autostima. Si tratta di un lavoro di fede e speranza che nasce dal piacere di abitare un luogo e di esserne completamente parte.


Diana Senese

Diana Senese ha insegnato per anni materie umanistiche negli istituti superiori di Brescia. Nelle sue ricerche si è occupata di seconde generazioni, della cultura dei "marginali" della bassa bresciana e di pratiche di restanza nell'Appennino meridionale. Dal 2025 vive e lavora nell'entroterra salernitano per proseguire la ricerca in antropologia dei patrimoni in questi territori.

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Un senso per l’abitare