Memorandum per la Restanza
Ci hanno detto: qui non c’è niente.
Ma il “niente” è una tecnologia di potere
che agisce come un incantesimo rovesciato:
nomina il vuoto per produrlo.
è una pedagogia dell’inerzia.
Un’educazione al fallimento preventivo.
Prima ancora del progetto,
prima ancora della fame.
È una forma di dominio che passa attraverso l’invisibilizzazione.
La storia di ogni luogo finora è storia di espropriazioni.
L’espropriazione della terra dai suoi abitanti.
L’espropriazione del tempo dai corpi.
L’espropriazione del valore dai viventi.
Ogni luogo porta memorie stratificate,
ferite coloniali,
futuri non autorizzati.
Ogni suolo è un archivio vivente
di saperi ecologici, affettivi, politici.
Il capitale non si limita a sfruttare:
svuota, centralizza, abbandona.
Produce centri ipertrofici e periferie esauste,
vite accelerate e vite dichiarate superflue.
Noi diciamo: non esistono territori vuoti
esistono territori espropriati, sfruttati, dichiarati scarto.
Categorie come arretratezza, marginalità, area fragile
sono strumenti di governo:
servono a legittimare il disinvestimento
e a naturalizzare la dipendenza.
La narrazione del Sud come luogo da salvare
è parte dello stesso dispositivo che lo ha svuotato.
La restanza rifiuta questa narrazione.
Non chiede redenzione,
Chiede di essere riconosciuta come forza politica legittima.
La “marginalità” non è una condizione naturale:
è una categoria politica
perché serve a evitare una domanda semplice:
chi decide cosa conta?
E noi
questa domanda
non la facciamo per ottenere risposta.
La facciamo
per interrompere il discorso.
La restanza è una forma di autodifesa territoriale.
Non contro un nemico astratto,
ma contro processi concreti di svuotamento,
di disinvestimento,
di normalizzazione dell’abbandono.
questa retorica dell’abbandono inevitabile
mina un processo di soggettivazione politica emancipatoria,
perchè senza la possibilità di ancorarsi a una terra non c’è politica,
politica è la possibilità di riunirsi insieme e avere uno spazio per farlo.
Restare è allora un gesto politico minimo e radicale:
significa dire
che questo luogo,
questa vita,
questa relazione
contano.
significa dire:
questo luogo è necessario alla nostra vita.
La restanza è un’ecologia politica situata:
difende i territori non come riserve naturali,
ma come luoghi di vita.
nasce dall’esperienza diretta,
dal sapere pratico di chi resta….
Le politiche di rigenerazione spesso parlano al posto dei territori.
Producono progetti senza relazione,
visioni senza presenza,
futuri senza responsabilità.
La restanza rifiuta soluzioni di “rilancio senza abitanti”.
Rifiuta i format, i modelli replicabili,
le narrazioni che arrivano dall’esterno.
La rigenerazione calata dall’alto
funziona come la sostenibilità di facciata:
promette futuro,
produce espulsione.
Smontiamo l’idea che il valore arrivi da fuori.
Disinneschiamo il linguaggio che chiama “rilancio”
ciò che spesso è solo nuova appropriazione.
Restare, nel Sud, è un atto di ri-appropriazione.
Della terra.
Del tempo.
Della possibilità di decidere.
È rifiutare la mobilità forzata come destino.
È interrompere il flusso che sposta valore, risorse, persone verso altri centri.
La restanza non è il rovescio della mobilità.
Non è l’altra faccia della stessa medaglia.
È la critica radicale al modo in cui la mobilità viene prodotta, amministrata, imposta.
Non tutte le partenze sono scelte.
Non tutti i movimenti sono libertà.
Esiste una mobilità che libera
ed esiste una mobilità che espelle.
Il potere contemporaneo non governa solo i confini:
governa i flussi.
Decide chi può muoversi
e chi deve farlo.
La restanza nasce dove la partenza non è un’opzione,
ma un obbligo silenzioso.
Nel Sud globale come nel Sud d’Europa.
Nei paesi svuotati come nei territori occupati.
Nei campi profughi come nelle aree “interne”.
restare è una pratica di resistenza quotidiana
contro l’espulsione, la cancellazione, la riscrittura coloniale dello spazio.
La restanza non è un’identità.
È una linea di frattura
che attraversa tutte le lotte contemporanee.
Come nelle lotte indigene in America Latina,
come nei villaggi palestinesi che resistono alla demolizione,
come nei quartieri popolari che si oppongono agli sfratti,
restare significa:
non delegare la propria sopravvivenza a un dispositivo esterno.
Il diritto alla mobilità è sacrosanto
solo se include il diritto a non dover partire.
Non esiste libertà di movimento
senza libertà di restare.
La restanza è inseparabile dal diritto alla terra.
Non la terra come proprietà,
ma come condizione materiale dell’esistenza.
Dove la terra viene espropriata,
recintata,
militarizzata,
o resa tossica,
la mobilità diventa l’unica via apparente.
Ma è una falsa alternativa:
o resti e muori,
o parti e scompari.
La restanza rompe questo ricatto.
Dice: la terra non è un supporto logistico,
è una relazione viva
tra corpi, memoria, futuro.
Restare, oggi,
è una pratica politica globale
contro l’economia dello sradicamento.
Non tutti devono restare.
Non tutti possono restare.
Ma nessuno dovrebbe essere costretto a partire.
La restanza non si oppone al movimento.
Si oppone alla violenza che lo produce.
Difende una cosa semplice e radicale:
il diritto di esistere là dove si è
senza dover chiedere permesso
a un mercato,
a uno Stato,
a una guerra.
Come ogni processo di decolonizzazione,
la restanza parte dai luoghi di vita quotidiana:
paesi, quartieri, campagne, coste.
Non come scenari, ma come spazi di decisione.
Distruggiamo l’idea che restare significhi marcire!
Restare è trasformare.
Restare è hackerare il tempo.
Restare è sabotare l’economia dello scarto, le mappe che cancellano,
le statistiche che uccidono, i grafici che dichiarano morti i paesi vivi!
La restanza non è nostalgia. Non difende un passato ideale.
Difende la possibilità di un presente abitabile.
Rifiutiamo le identità compatte,
le radici usate come muri,
le tradizioni imbalsamate per escludere.
Ci riconosciamo nelle soglie.
Nei corpi che attraversano generi, confini, discipline.
Nei paesi che parlano più lingue
e non chiedono il permesso.
Siamo fatti di ritorni e arrivi,
di migrazioni scelte e subite,
di memorie che non stanno ferme.
La comunità non è un’origine:
è una pratica che si rinnova,
una negoziazione continua,
un patto sempre incompleto.
Abitare è stare in relazione
con umani e non umani,
con ciò che respira, cresce, marcisce, ritorna.
È accettare che il conflitto faccia parte della cura,
che la convivenza non sia mai neutra.
Esaltiamo i luoghi ibridi,
le comunità contaminate,
le tradizioni che mutano senso, lingua, forma!
Abbasso l’identità-fortezza!
Viva l’identità-soglia!
Viva il paese-porto,
la terra attraversabile, in tutte le sue direzioni.
I soggetti della restanza non formano una classe pura:
sono una costellazione.
Abitanti storici e nuovi arrivati,
corpi queer, migranti, contadini, precari,
umani e non umani legati da una stessa ecologia del vivere.
Restare non significa difendere un’identità,
ma difendere le condizioni materiali che rendono possibili l’abitare:
accesso alla terra, alla casa, ai servizi
abitare diventa allora un lavoro vivo:
cura delle relazioni,
difesa dei beni comuni,
riproduzione sociale contro la logica del profitto.
Cantiamo l’abitare come pratica collettiva,
come cura armata soprattutto di immaginazione.
Vogliamo restare abbastanza a lungo
da far accadere qualcosa di nuovo.
Il futuro non esplode: germoglia.
E noi siamo
la sua materia viva.