Un senso per l’abitare
di Vito Teti
Processione di San Giorgio di fronte alla frana di Cavallerizzo, Calabria – © Vito Teti
Il termine restanza è entrato nel lessico delle politiche territoriali, della ricerca, dei movimenti locali, delle pratiche artistiche e dei progetti di rigenerazione culturale, fino a diventare il simbolo narrativo di una nuova stagione di attenzione verso le aree interne. Ne troviamo traccia nei manifesti di cittadinanza attiva, nei laboratori di comunità, nei processi partecipativi. La forza della restanza sta proprio nel suo carattere performativo: non si limita a descrivere una condizione, ma la modella, la ispira, la rende immaginabile e praticabile. Come dispositivo politico-concettuale a servizio delle comunità, la restanza si configura come un atto collettivo di risignificazione del vivere nei territori marginalizzati.
È, in questo, un esempio emblematico di quelle parole che, seminate nelle comunità, avviano processi trasformativi e contribuiscono alla costruzione di un abbecedario comune. Come osserva Davide Bidussa, la parola “riempie un vuoto” che consisteva non nell’esistenza di un sentimento, ma nella possibilità di classificarlo e dunque riconoscerlo e, soprattutto, parlarne. Per nominarlo, andava descritto, raccontato. In breve, gli andava dato un contorno capace di non lasciare ambiguità. Nominare un sentimento, descriverlo, vuol dire dargli cittadinanza nei percorsi che gli umani da sempre intraprendono quando devono dare forma a una cosa […] Ecco aver coniato la parola “restanza” ha voluto dire, iniziare a prendere la misura delle cose. Non subire la realtà. Al contrario impegnarsi per essere, almeno in parte, costruttori, attori.
In un periodo di spaesamento globale, di inquietudini e di spostamenti, il termine restanza ha dato un nome a un insieme di sentimenti, emozioni, lacerazioni, indecisioni, nostalgie e melanconie che vivevano sia chi è rimasto nel proprio luogo d’origine sia chi è emigrato.
La parola combina stati d’animo contraddittori, irrisolti e irrisolvibili, favorendo la consapevolezza dell’esistenza di una “malattia” da cui è diventato possibile “guarire” inserendo la propria vicenda in una storia più ampia, fatta di lunghi e profondi mutamenti antropologici. Nel corso degli anni, in molti mi hanno contattato per raccontarmi del loro spaesamento e per chiedermi un consiglio: restare o partire? In quei contesti, trovare un nome – quello di restanza – allo stato abitativo liminale di cui stavano facendo esperienza, aiutava queste persone a comprendere meglio sé stessi e il proprio posto nel mondo, a elaborare strategie di resistenza e di valorizzazione, e a capire che la scelta, qualunque essa sia, richiede una certa dose di responsabilità, consapevolezza e abilità nel costruire un nuovo senso della lontananza, dello spaesamento e dell’abitare, oltre a una nuova capacità di rapportarsi al proprio luogo di origine uscendo dai dettami di un tormentato rapporto di amore-odio.
Staiti, Calabria – © Alberto Gangemi
La traduzione inglese del mio libro Pietre di pane, Stones into Bread , ha contribuito alla diffusione del termine anche nei Paesi anglosassoni, dove è stato compreso nella sua accezione più politica. Nonostante molti giovani e associazioni che credono nell’importanza del restare come spinta fondamentale per la possibile rinascita di una nuova “questione meridionale” si siano installati in piccoli centri, il concetto di restanza assume ormai un respiro globale. Essa riguarda tutti quelli che, nei paesi, nelle città e nelle periferie del mondo, cercano attivamente un nuovo senso dell’abitare, prendendosi cura dei luoghi e del bene comune.
Restare significa radicamento, senso di appartenenza e attenzione al territorio in cui – per nascita, per scelta o per necessità – si vive, anche quando questo è soggetto a pericoli naturali (a causa della prossimità a dei fiumi, del rischio di tifoni, terremoti, smottamenti, ecc.). Pesano, ovviamente, sui processi abitativi anche i trasferimenti urbani dovuti ai milioni di esuli generati dalle tragedie delle guerre di conquista e la rinnovata violenza con cui oggi gli Stati nazionali disegnano e implementano le politiche e le decisioni sulla permanenza dei cittadini all’interno dei loro confini.
Papa Francesco ha scelto di dedicare al tema la 109a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 24 settembre 2023. Lo slogan Liberi di scegliere se migrare o restare è stato diffuso con l’esplicita intenzione di promuovere una rinnovata riflessione su un diritto non ancora codificato a livello internazionale: quello di poter rimanere nella propria terra. Si tratta di un diritto più profondo e più ampio del diritto a emigrare, “perché riguarda la possibilità di essere partecipi del bene comune, il diritto a vivere in dignità e l’accesso allo sviluppo sostenibile attraverso un esercizio reale di corresponsabilità”.
Cersosimo, De Rose e Licursi hanno sottolineato: "Politicizzare la restanza, vuol dire innanzitutto riconoscere i cittadini che hanno scelto di restare, i loro bisogni, i loro desideri, la loro voglia di continuare a vivere in luoghi appartati, diversamente appaganti, di praticare forme di vita più “naturali” e meno esposte ai rischi del nostro tempo ipertecnologico e ipernormativo".
Gallicianò, Calabria – © Alberto Gangemi
In un intervento al municipio di Berlino dell’11 novembre 2009, parlando di Riace e della sua eccezionale esperienza, tra successi e sconfitte, Wim Wenders ha detto: "Ho visto un paese capace di risolvere, attraverso l’accoglienza, non tanto il problema dei rifugiati, ma il proprio problema: quello di continuare a esistere, di non morire a causa dello spopolamento e dell’immigrazione. E ho voluto raccontare questa storia in un film, che ha come attori i veri protagonisti. La vera utopia non è la caduta del Muro, ma quello che è stato realizzato in Calabria. Riace in testa". Proprio a Riace è nato un nuovo gruppo, chiamato proprio Restanza – formato dai giovani rimasti, dai ragazzi che vivono fuori ma tornano saltuariamente e dagli stranieri che si sono trasferiti nel paese o che vi tornano spesso – , che organizza un festival, si occupa di ambiente e crisi climatica, si interessa alla biodiversità dei prodotti e delle cucine tradizionali, e ha come obiettivo ultimo quello di arrestare il declino, favorire il ritorno di chi è emigrato e di prepararsi all’accoglienza degli immigrati.
Antonio Bocchinfuso, in occasione di uno degli incontri di presentazione del libro Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza , con prefazione di Ilan Pappé e interventi di Susan Abulhawa e Chris Hedges, ha scritto:
"C’è un termine arabo, presente anche nelle nostre poesie, sumud, che noi di solito traduciamo con resistenza e resilienza, caparbietà, fermezza o perseveranza, ma nessuna di queste traduzioni ne esaurisce il significato. Indica un atteggiamento tipico del popolo palestinese, che da decenni subisce qualsiasi sopruso e inventa sempre nuove strategie per resistere, sopportare, restare radicato. Presentando il libro in Salento ed in Calabria abbiamo azzardato che una delle tante possibili ed insufficienti accezioni con cui tradurlo potrebbe proprio essere restanza“.
Gli abitanti delle isole del Pacifico, gli autoctoni dell’Amazzonia e dell’Oceania, le popolazioni dell’Ucraina, gli abitanti dei paesi che si spopolano, gli “ultimi” delle periferie urbane e delle banlieue: non sono forse gli stessi che restano e resistono alla globalizzazione, alle invasioni, ai tentativi di espulsione e cancellazione, ai genocidi e agli etnocidi praticati quotidianamente in tutto il mondo?". La vera questione – come suggerisce Latour chiedendosi “Dove sono?” – consiste nel cercare un nuovo senso dell’abitare e dell’essere presenti nei luoghi in cui viviamo, per scelta o per necessità. La restanza è attraversata da incroci, da contaminazioni e dalla necessità di vivere il centro come periferia e la periferia come il centro o forse, più radicalmente, di riconoscerci tutti come parte dello stesso pianeta.
Estratto adattato da: Vito Teti, La razza maledetta, Meltemi, 2025