La restanza come sguardo sul mondo
Di Diana Senese — Scrivo ciò che la “restanza” rappresenta per me allineando questo discorso con la decisione di venire al sud, nella Valle del Sele, terra di origine dei miei genitori, già mia patria affettiva. Da anni sognavo e immaginavo un trasferimento ma mai mi ero sentita pronta come quando, all’età di 43 anni, ho deciso di abitarvi stabilmente. Paradossalmente è la stessa età che aveva mia nonna quando fu costretta a lasciare per sempre il suo paese e seguire suo marito in Australia. «Dove va tuo marito, là devi andare» le disse la madre nel 1970.
Un senso per l’abitare
di Vito Teti — Il termine restanza è entrato nel lessico delle politiche territoriali, della ricerca, dei movimenti locali, delle pratiche artistiche e dei progetti di rigenerazione culturale, fino a diventare il simbolo narrativo di una nuova stagione di attenzione verso le aree interne. Ne troviamo traccia nei manifesti di cittadinanza attiva, nei laboratori di comunità, nei processi partecipativi. La forza della restanza sta proprio nel suo carattere performativo: non si limita a descrivere una condizione, ma la modella, la ispira, la rende immaginabile e praticabile. Come dispositivo politico-concettuale a servizio delle comunità, la restanza si configura come un atto collettivo di risignificazione del vivere nei territori marginalizzati.